Enciclopedia d'Arte Italiana
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RUFINI Felice



L’artista estrae le opere dall’informe della materia naturale. L’uso degli strumenti meccanici accelerano, il suo automatismo operativo, ma è della cultura dell’artista, accumulata nell’attivismo quotidiano, che scaturiscono le più alte concretezze visive, nonché, delle sorprendenti scoperte. Ogni opera è una “fabbrica” (una miniera) di insiemi formali organici e in armonia tra loro. L’essenzialità e la natura dell’oggetto individuato sono qualificati attraverso un’emotività esecutiva che trasuda di una dirompente virtuale memoria figurativa; persistono armonie e equilibri nelle composizioni. Le immagini, a disposizione di ogni astante o fruitore, sprigionano luminosità e bellezza formale; sgorgano dalla fonte (la quintessenza spirituale che anima l’artista). Molte sculture sono solo statiche, a prima vista, poi. Però, mostrano il loro sorprendente dinamismo formale. L’allievo e il maestro, che sono e convivono nell’artista Rufini, procedono uniti nella creazione dell’opera. La finalità poetica dell’artista reatino è diversa rispetto agli scultori del passato (precursori o no che siano)combacia con loro il modo di scolpire, di togliere il materiale superfluo dal preesistente (cfr. sonetto di Michelangelo Buonarroti “Non ha l’ottimo artista alcun concetto”, sulla contraddizione insanabile tra la potenza dell’intelletto artistico e la limitatezza dell’uomo che crea), per portare alla luce il “finito”, la forma ideale, ossia la scultura…
L’automatismo, ha prodotto una composizione e, di conseguenza, è una memoria dell’arte rupestre, on riflessioni d enunciazioni provenienti, però, dal Costruttivismo (cfr. l’opera di Tatlin e Gabo), dal Suprematismo (in particolare vedasi Malevie). Questi movimenti, sopra citati, con le loro storie, negli anni Settanta, hanno aperto la strada all’Arte Cinetica (vedasi “Gruppo T” di Milano o “Recherche” di Parigi). L’artista perviene, così, a una rilettura del passato, nel tempo presente. Si allontana da un descrittivismo naturalistico, per un contesto oggettuale, allineandosi alle nuove tecnologie. Il linguaggio, è, perciò, “a vista”, astratto e scientifico; è la manifestazione spontanea del pensiero “logico a-logico” dell’artista. Il laboratorio dell’artista reatino è una fucina di creatività, pur restando ancorato a una meditazione intorno al mondo. Al momento, però la scultura non indirizza verso un’”architettura non utilitaria”. Infatti, se si guarda all’opera realizzata si evince un vigoroso bisogno di liberazione delle immagini, oscurate, in qualche modo, dall’informe materico naturale. Le opere di Felice Rufino sono la sintesi oggettuale in/tra “forme dialoganti”. Perciò, l’artista non dichiara l’appartenenza ad una specifica corrente artistica, ma esplica, mnemonicamente l’emotività oltre la natura oggettuale, puntando a un’astrazione rappresentativa plastico-surreale.
La “Sfinge”, di forte impatto decorativo con cui si presenta al fruitore, evoca alla mente la mitica guardiana all’ingresso dell’antica città di Tebe. La straordinaria sollecitazione emotiva del Rufini ne fa la sentinella privilegiata della società tecnologicamente avanzata. Nella metamorfosi formale compiuta, l’artista reatino potrebbe avere assimilato la vicenda della Sfinge a quella dell’Edipo Re, di Corinto. L’indugiare di ogni possibile fruitore, di fronte a un’opera tanto complessa e dalla grande ricchezza espositiva formale, costituisce un altro fattore da rilevare e che prova quanto la conoscenza sia collegata strettamente al mestiere o quanto la qualità artigianale sia il vero movente della cultura rivelata. Di certo, la forte indicazione decorativa dell’immagine è l’indizio di un’ansietà che ha del surreale. Quanto alla dimensione dell’opera sembra predire il futuro approdo al “Monumento”. “In famiglia” è, invece, un’opera dalla ricercata complessa struttura di bellezze formali. E’ una scultura che si rifà alla poetica sensuale cubo-futurista. La forza gravitazionale tiene unito il differenziato plasticismo. La luminosità e la morbidezza inseguono la natura meccanica dell’evento rappresentato. Il “tutto tondo” , trova qui una ridondante ragione comunicativa, quasi, a voler annunciare una futura arte nell’ideale spazio dell’architettura; si evince il passaggio dalla scultura “oggettuale” attuale, a quella monumentale, con una più consona lettura degli aspetti formali nella totalità dei punti di osservazione.
“L’Atleta”, rappresenta un linguaggio scultoreo decisamente più moderno. Si pone sulla scia del più evoluto Futurismo e, in particolare, fa riferimento al maggiore interprete del movimento, Umberto Boccioni. Di certo, sta percorrendo velocemente, la strada verso la profondità dell’animo umano. La massa unitaria ha generato un apparato di forme in rilievo; queste palesano l’aspetto tangibile dell’azione motoria in atto.
Prof. Emidio Di Carlo



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